Wonderwall, la cultura del mistero

«E tutte le strade che dobbiamo percorrere sono tortuose, tutte le luci che ci guidano sono accecanti, ci sono molte cose che io vorrei dirti, ma non so come, perché forse, sarai colei che mi salverà, e dopo tutto, sei il mio muro delle meraviglie».

Era il 1995 quando Noel Gallagher, nella sua caotica cameretta, tra vestiti, vinili e strumenti sparsi in ogni dove, si dilettò nel comporre Wonderwall, quella che, secondo un sondaggio del 2016 condotto da Radio X (stazione radio Londinese) è stata votata come canzone britannica più bella di sempre. 

Un successo clamoroso travolse la Band Britannica degli Oasis, i quali, di lì a poco sarebbero schizzati ai vertici delle più importanti classifiche musicali di tutto il mondo.

Eppure, il titolo del brano avrebbe dovuto essere “Wishing Stone”, eppure l’arte stupisce sempre.

Noel dichiarò apertamente, con sufficienza com’era suo solito, che il ritornello non suonava affatto bene e perciò lo sostituì con la prima parola che vide di fronte a sé: Wonderwall; scritta sopra un poster di George Harrison, chitarrista dei Beatles.

Se solo quel giorno si fosse trovato altrove, se si fosse convinto a registrare quella prima versione, o se un soffio non gli avesse fatto alzare lo sguardo dalla sua chitarra, indicando quelle parole, probabilmente non avremmo tutto questo. 

L’arte ci precede, sempre. Sa già, ciò che a noi ancora non è concesso sapere.

Nessuno, ad oggi, potrebbe descrivere con precisone il significato di “Wonderwall”, nemmeno Liam -fratello di Noel nonché frontman del gruppo- seppe spiegarlo, e durante un’intervista si limitò a dire «è figo» aggiungendo «È come cercare quel fottuto biglietto dell'autobus che non trovi, tu lo stai cercando e finalmente eccolo, lo tiri fuori e… è una sensazione da Wonderwall».

Liam di certo non semplificò la comprensione del testo, preferendo rispondere in tono giocoso, lasciò però trasparire un significato più profondo: a che serve decretare, una volta per tutte, il significato di quella parola?

Dobbiamo recuperare la cultura del mistero, deporre quella smania che costringe a definire le cose e tornare a raccontare.

L’artista getta il seme, che è già (in potenza), ma non è ancora (in atto), pronto al raccolto. Nostro dovere è prenderci cura del campo (proprio questo è il significato di cultura), ognuno secondo le sue possibilità, giorno dopo giorno, “con” e “per” la sua storia.

Non basta ricevere il seme in dono (l’incontro, il talento, l’idea, l’opera d’arte), serve accogliere quel principio di mistero; quindi, scavare in profondità affinché trovi terreno fertile.

La semenza, lo sa bene una tradizione contadina ormai troppo spesso dimenticata, non conosce germinazione se non nello spazio e nel tempo. A tal proposito “definire” rischia di circoscrivere queste due dimensioni, pretendendo di esaurire il “mistero”: che non è “qualcosa che non si può capire” (quello è il “segreto”) ma piuttosto “qualcosa che non si finisce mai di capire” e può farsi carne, cioè presenza, soltanto nel tempo e nello spazio della nostra storia (se glielo concediamo).

Soltanto con questo sguardo di cura sulle cose potremmo chiederci davvero che senso ha quel seme, e quindi, in questo caso: “che cosa significa per me, adesso, Wonderwall?” e provare a trovare una risposta, non una volta per tutte, ma ogni volta che ne sentiamo il bisogno, ogni volta che il frutto è maturo.  

Per me, ad oggi, “Wonderwall” è quel muro meraviglioso che separa il mio “Io” dalle cose e nello stesso tempo le unisce, perché conserva il mistero; una distanza che non semplifica ma al contrario, ogni giorno, rinnova lo slancio verso l’oltre. (La storia della letteratura è piena di “muri”: dalle colonne d’Ercole di Ulisse, passando per la famosa siepe leopardiana fino a più recenti “cocci aguzzi di bottiglia” in cima alla muraglia di Montale).

In questi articoli, di quella che vorrebbe essere una “rubrica” a cadenza sporadica (il perché verrà chiarito in seguito), saranno le parole a condurci in cima a quel meraviglioso muro. Cammineremo in bilico sopra di esso, osserveremo in modo sempre nuovo che cosa si cela dall’altra parte, per poi far ritorno con una consapevolezza, si spera, maggiore di prima.

Non ho la pretesa di sapere né tantomeno quella di dare risposte, desidero piuttosto suscitare domande che sono innanzitutto le mie e quelle di qualsiasi uomo che ami guardare un po' più in là.

Non sarò “incredibile”, spero invece di poter risultare “credibile”, perché in questo viaggio verso il centro delle cose ci credo davvero, al di là di quello che scrivo, è missione quotidiana.

 

Perché “parole quindi cose”? Tutto cominciò una sera d’estate, dopo un’ultima intensa giornata di studio pre-maturità circa il programma di letteratura. Un mio caro amico mi mise a nudo di fronte ad una questione dirompente: “vengono prima le parole oppure le cose?”. Non seppi che dire, in effetti non ci avevo mai pensato. Lui rimase in silenzio, in attesa di una risposta, io con lui.

Rimanemmo spiazzati davanti allo stesso orizzonte, uniti, muti, in ascolto: unico modo per osservare la meraviglia e forse per essere amici.

Quando sento la luce toccare le cose, tutto ritorna a stupirmi e non chiedo più niente, se non poter vivere sempre così.

Ma sono lampi, gocce di un mare lontano, scintille di un fuoco antico destinato a scemare.

Per alcuni istanti riscopro un mondo che ho sempre avuto sotto gli occhi senza mai poterlo osservare così da vicino, e mi accorgo che la fine non è morire ma vivere senza luce.

È nella luce che si compie il miracolo della salvezza: la nascita della parola – e dell’arte intera-.

Abbiamo bisogno di dare un nome alle cose per poterle ri-conoscerle anche quando il buio tornerà, e tornando farà certamente meno paura, perché sapremo cosa si nasconde dentro di lui.

Nella luce bastano le cose, così come sono; nel buio servono parole, quindi saranno cose.

Nella luce possiamo scoprire tutto l’amore che proviamo per una persona cara; nel buio, per amore della luce, continuiamo a camminare insieme, a volte distanti ma uniti.

Nella luce posso guardare davvero mia mamma e mio papà dicendo “vi voglio bene”; nel buio, quando gli occhi faticano, quelle parole rimangono a ricordarmelo.

Nella luce cresce il seme; nel buio, invece, vengono messe alla prova le sue radici.

Nella luce scopro davvero chi sono mentre nel buio torno alla ricerca del mio nome, e ancora una volta, nel faticoso mestiere di vivere, mi trovo a tu per tu col mistero.