Si può sempre rincominciare

Guardavo quel sole come fosse l’ultimo; i palazzi si tingevano dello stesso colore dei miei occhi, dei frutteti su in collina, dei tetti sulle case e dei finestrini delle auto.

Alcuni grilli tra i campi di grano interpretavano lo spartito guidato dal direttore d’orchestra più amato al mondo, che prima di abbandonarsi oltre l’orizzonte rimette tutto in armonia come lui solo sa fare.

Tutto ciò che potevano ammirare i miei occhi si vestiva di un miracoloso arancio, se non per un raggio diretto di luce accadeva per riflesso o assimilazione, per osmosi o per fusione di tutta quella immeritata bellezza e dal suo movimento unitario, che da sempre sembra domandare all’uomo “vuoi partecipare?”.

Ero solo e difendevo la mia preziosa solitudine; eppure, sentivo tutti e tutto così vicino da non ricordare più che cosa significasse essere soli. Gli uomini di ogni tempo passato, presente e futuro partecipavano al mio silenzioso dialogo con l’assoluto. Non esistevano più buoni e cattivi, erano tutti semplicemente uomini: creature con lo stesso desiderio, linee verticali lanciate nel mondo per unire cielo e terra. Se davanti ad un cielo come quello, che è immagine di tanti altri cieli scorti nei volti amati in questi anni, vi dicessi che nemmeno una lacrima andava colandomi sul viso, ovviamente mentirei.

È sempre la Bellezza a commuoverci e cioè a farci “muovere-con”, insieme, verso il nostro centro.

Se è vero che sul piano estetico ciò che è bello per me può non essere altrettanto bello per un'altra persona; è altrettanto vero che nella sua etica, nella profondità della sua essenza il Bello è sempre e comunque valido per tutti. Così la Bellezza ci raggiunge quasi sotto copertura, travestiva con abiti mortali, camuffata nelle forme più disparate affinché possa affascinare; ma, ciò che realmente attrae il nostro sguardo si cela sempre dietro quella scorza in superficie, ed è sostanza pura: una promessa di vita vera. L’incontro col Bello può essere vissuto venerando soltanto la forma; oppure, nel caso diametralmente opposto, ricercando la sola sostanza nell’immediato. Ma la Bellezza è per sua natura unità e può essere compresa e vissuta a pieno soltanto attraverso uno sguardo educato e capace di non scomporre, tenendo insieme la scatola e il suo contenuto, forma e sostanza, estetica ed etica.

Una presenza che renda Presente il presente; ecco che cos’è per me, in fin dei conti, la Bellezza.

 

Il sole andava scemando, lo sentivo sulla pelle il suo dolce tepore, la sua ultima dirompente carezza: quel tocco che è fuoco e non si può raccontare a parole perché ti ci devi bruciare per saperlo.

Era l’ultima sera d’estate, e tutto il mondo stava in bilico su quel sottile filo che permette agli uomini di sollevarsi e camminare, almeno per qualche giorno, nell’evidente straordinarietà della vacanza.

Mentre anche io, lentamente, perdevo l’equilibro su quel filo che si faceva ad ogni passo più precario, sentivo un grido provenire dal cuore, dal midollo dell’essere: Salvezza.

Salvezza per me, per tutti i miei cari, per gli amici, le amiche, sogni, paesaggi, momenti che non torneranno più così come sono, per la bellezza visibile e invisibile, perché è mia. Chiedo Salvezza per tutto; ma, sopra ogni cosa, si possa salvare questo sentire il mondo nella sua reale statura, quello sguardo bambino che spalanca gli occhi al dono della meraviglia.

 

Il finale di ogni storia a cui ho potuto partecipare, mi ha sempre ferito, anzi, di più, squarciato.

Ho versato molte lacrime di fronte alla fine, le stesse che in quel momento trattenevo nel mio occhio, strizzato, socchiuso abbastanza da non lasciarle scivolare giù. Così potevo guardare il mondo soltanto attraverso quell’acqua salata che è gioia e dolore insieme, sintomo di ferita e principio di cura.

Con gli occhi appannati faticavo a distinguere le forme, ma il colore del cielo, quello sì, potevo ancora riconoscerlo. Nero. Nient’altro che nero.

 

Era venuta la notte.

Era tempo di tornare.

Avevo preso a camminare su e giù da quella collina, poi verso il paesello, poi chissà.

Non avrei dormito quella notte, qualcosa era rimasto in sospeso, non mi lasciava tranquillo e guidava il mio passo.

Ad ogni metro ripetevo quanto fosse assurda questa vita, che prima promette e poi tradisce. Ti lascia solo a morire.

Poi una presenza.

Un barlume in movimento accompagnava il mio sguardo un po' più in la.

Era una lucciola, poi eccone una altra ed un’altra ancora. Un oceano di lucciole.

Succedeva in quel momento che il silenzio sembrava non essere più così silenzioso.

Una nota giungeva al mio orecchio, poi una altra ed un’altra ancora. Un oceano di note.

Era il canto dei grilli. Lo spartito rimaneva intatto se non per qualche accento più malinconico.

A dirigere l’orchestra la più graziosa donna celeste: la Luna; e con lei tutte le stelle, i pianeti e il firmamento intero.

Segni e intermittenze di un ordine più grande: avevo ritrovato tutto questo nella notte che ora mi faceva meno paura e sembrava più vicina, più amica.

 

All’improvviso un brillio.

L’orizzonte trascolorava dal nero più cupo al blu dei fondali, dal marrone dei rami al rosso degli incendi. Infine, Arancio. Mozzafiato.

Era questo che andavo cercando; per questo avevo tanto camminato, pensato, invocato, pianto, pregato, atteso.

Anche io dovevo rinascere. Avevo bisogno che qualcuno mi ricordasse di farlo.

 

La natura conosce solo l’ordine, l’armonia, la magnificenza.

In lei vita e morte si completano.

In lei tutto è canto perché destino e destinazione coincidono.

In lei la Bellezza non è un’ipotesi ma un fatto.

Quante cose ho imparato osservandola.

Ma il nostro è il mondo degli uomini liberi: nascere è un dono ma ri-nascere spetta soltanto a noi.

La natura ci testimonia che questo è possibile: “si può sempre ricominciare”.

 

Così avevo ripreso a camminare. Lo sguardo verso l’alto. Il naso in su, sempre.

Ogni tanto mi fermavo, facevo un bel respiro, contemplavo e dentro me pensavo: la vita non è assurda ma misteriosa.

Li è iniziato un altro viaggio.