L' altro viaggio. Leggere Dante

Cosa direi ad un ragazzo che vuole avvicinarsi per la prima volta alla Commedia?

Qui, qualche consiglio ed alcuni spunti interpretativi.

Senza dilungarmi troppo e per quel poco che le parole mi permettono.

Quando ti avvicinerai a quei versi, forse non ti sarà immediato capire.

È giusto così. La poesia non è poesia se non nasconde.

Ogni volta che prenderai in mano quel libro, lasciati guidare dal tuo sentire, il cuore intuisce per primo quello di cui hai bisogno, la ragione (se educata) lo seguirà e porterà a frutto quel seme che hai raccolto (è questa, detta molto semplicemente, l’idea stilnovista).

Lasciati attrarre dalle parole, magari da una in particolare che ti ha colpito, conservala, dormici sopra, portala a spasso con te, interrogala. Vedrai che ti risponderà. E se otterrai solo silenzio accettalo come risposta, verrà un tempo in cui capirai.

Non permetterti di avere l’ingenua pretesa di capire tutto: abbi rispetto del Mistero, deponi le armi, abbassa le difese. Inginocchiati. È un luogo sacro la poesia.

Non pretendere di sapere tutte le storie, le vicende e i commenti antologici legati a quei versi soltanto perché ti diranno che il sapere appartiene alla categoria degli “esperti” o dei cosiddetti dantisti. I retroscena li scoprirai un passo alla volta.

La commedia non è un libro per soli dotti ma per qualsiasi uomo; perché, è innanzitutto Dante ad essere “l’Everyman”, come disse un famoso studioso americano.

Ricorda però, che il protagonista non è soltanto Dante, quel viaggio è il tuo.

Sarai tu a camminare.

Gustati ogni passo, senza però cadere nel peccato degli ignavi: mettiti in gioco, abbi spirito critico, prendi una posizione; se le sue parole non ti convincono allora ci litigherai, ti arrabbierai con loro, le respingerai, le giudicherai male tendendo però il tuo giudizio sempre pronto a cambiare se ti dovessi ricredere e cercherai di farci pace se ti sentirai pronto.

L’importante è non rimanere indifferente: sarebbe un peccato.  

 

“Nella vita, si può ricominciare?”

Penso sia la domanda che si pose Dante una volta toccato il fondo, ai piedi della selva oscura.

La risposta, lo sappiamo, è certamente “sì”.

Ma la strada non è così veloce. Perché nella vita niente ha valore senza “dono di sé”.

Dante, lo scoprirà presto, dovrà scegliere “l’altro viaggio” per potersi salvare, un futuro del tutto diverso da quello che aveva pianificato per sé.

È il viaggio del “sacrificio”, in cui il tempo è reso “sacro” perché speso per amare sé stessi e gli altri (l’amore vero è sempre così: non toglie ma moltiplica; per Amore si cammina, si fatica, si soffre e più si dona più si riceve, grande paradosso dell’amare e del suo faticoso cammino).

 

Il percorso è lungo e un arrivo definitivo non c’è, se esistesse si esaurirebbe il desiderio e con esso la possibilità di amare.

Ti avvicinerai ad ogni viaggio sempre di più a quel mistero che ti chiama, ed ogni volta ne scorgerai una nuova sfumatura, un nuovo profumo, un nuovo volto.

 

Ricorda che il viaggio è innanzitutto un viaggio dentro te stesso.

Incontrerai i demoni, e scoprirai che in fondo più che far paura sono buffi, quasi ridicoli, perché l’unico vero cattivo che puoi incontrare nel tuo viaggio sei tu.

Come scrisse kavalis a proposito del viaggio di Ulisse nell’Odissea: “In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, | né nell’irato Nettuno incapperai | se non li porti dentro | se l’anima non te li mette contro”.

Beatrice non ha timore di scendere tra i mostri -infatti scenderà per parlare a Dante- perché non possono farle del male; anzi, i demoni ubbidiscono alle creature celesti, perché chi porta con sé la luce non teme le tenebre ma le sconfigge.

In fondo, sotto sotto, i cattivi sono solo dei buoni senza luce (ce lo ha insegnato da piccoli il cartone animato di Scooby-doo: sotto la maschera c’è sempre un uomo come noi che ha scelto di travestirsi e comportarsi da cattivo).

Conoscerai la storia di “Paolo e Francesca”, i famosissimi amanti condannati all’inferno non per il loro desiderio giusto e legittimo di amare, ma per il modo in cui decidono di farlo. Il loro amore clandestino tradisce la loro storia e i loro legami: è l’amore verso “un” bene, non verso “il” bene. Nonostante il loro peccato, potrai riconoscere un bagliore che resiste tra loro anche nel profondo buio a cui sono condannati, uno dei pochi -se non l’unico- presente all’inferno: perché l’amore è sempre e comunque qualcosa di misteriosamente luminoso.

Qualche canto più in là, incontrerai delle piccole fiammelle, in cui si nasconde l’anima dell’eroico Ulisse, anch’esso peccatore per non aver saputo conciliare “cuore” e “ragione”.

Il protagonista dell’Odissea si trova lì perché -per invenzione dantesca- una volta tornato dal suo viaggio avrebbe deciso di ripartire per spingersi laddove agli uomini non era concesso, oltre i confini del mondo conosciuto; ma, senza successo, naufragherà assieme ai suoi fidati compagni. Il desiderio di conoscere è umano e giusto, ciò che però condanna Ulisse al “folle volo” (il naufragio) è la sua necessità di voler capire tutto da solo. Nella mentalità Medievale, di fronte all’insondabilità del mistero -e quindi a ciò che non ci è concesso capire/sapere- l’uomo è tenuto ad avere fede. Come ricorda Alessandro D’Avenia nel suo romanzo L’Appello “La vita non è un segreto, è di più: è un mistero, e la scienza non basta (Per il caso di Ulisse potremmo sostituire la parola “scienza” con “ingegno”). Il segreto richiede una soluzione, il mistero una genuflessione. Nel mistero dobbiamo rimanerci…”.

Arrivato agli ultimi canti, incontrerai i peccatori peggiori: i traditori.

Dante era stato tradito dalla classe politica della sua città, mandato in esilio per sempre, allontanato da tutto ciò che amava: sapeva bene il significato di “tradimento”.

A me ha sempre colpito, in particolare, la figura e la storia di Giuda: il traditore degli amici.

Secondo i vangeli, Giuda tradì Gesù vendendolo ai soldati per pochi denari. Allo stesso tempo però anche Pietro (un altro suo discepolo) a suo modo tradì Gesù rinnegando per tre volte di conoscerlo (Gesù era “ricercato” e Pietro così facendo se ne “lavò le mani”).

Sorge spontanea una domanda: perché Dante condanna Giuda all’inferno e non Pietro? Perché Pietro è peccatore ma non tradisce. Il suo “rinnegare” è dato da un momento di confusione (chi non ne ha mai avuto uno?). Non ha mai tradito il suo rapporto di amicizia con Gesù perché sotto sotto gli ha sempre voluto bene. Per semplificare al massimo la questione ricorriamo ad un esempio di vita quotidiana: un bambino che litiga col genitore, giunto al massimo della collera è probabile che urli “non ti voglio più bene” oppure “vattene via”: il suo gesto in questo caso non tradisce; è chiaro che in fondo quel bene non verrà mai a meno, è stato soltanto un momento di rabbia a fargli esclamare quelle parole.

Pietro, infatti, torna dal suo amico e viene perdonato: il loro legame d’amore vince sul peccato.

L’atteggiamento di Giuda, invece, è diverso: medita prima di agire, tradisce, e quando si rende conto della sua sciocchezza si dispera e si toglie la vita. Giuda commette un doppio peccato: tradisce il suo amico (prima vendendolo e poi dubitando del suo perdono) e nello stesso tempo tradisce sé stesso (il male fatto agli altri è sempre un male che colpisce anche noi stessi).

Dopo aver ripercorso brevemente questa storia, possiamo affermare che la figura di Giuda rappresenta il traditore per eccellenza e per questo motivo è punito all’inferno in modo così severo.

L’ultimo incontro prima di lasciare questa cantica avviene con Lucifero. Si narra che, questa creatura così terribile che impersonifica il male, al principio fosse il più bello tra gli angeli e portasse il nome di Serafino. Sarebbe stata una creatura eletta, se non per il suo desiderio di diventare come Dio. Serafino non accettava il suo posto nel mondo e invidiava la bellezza altrui: per questa ribellione contro Dio venne punito e confinato nel (suo) regno del male. Divenne Lucifero: il male in persona; eppure, porta ancora nel nome (“lux” dal latino “luce”) i segni di quando gli fu donata la luce e lui per invidia la rifiutò.

Dio dona a tutti. Il problema, nella vita, è saper riconoscere ed accettare quel dono: altrimenti, è un peccato.

 

Purgatorio e paradiso sono la continuazione del viaggio. Non mi dilungherò più di tanto nel raccontare queste due cantiche per il loro maggior grado di complessità stilistica e contenutistica (richiederebbero ragionamenti molto più approfonditi) e perché credo che gli accenni ad alcune delle più significative tappe infernali, seppur molto ridotti e riassuntivi, possano già rendere un’idea (almeno a livello di contenuto) di come sarà il viaggio.

 

In purgatorio le parole hanno una consistenza dolce e luminosa, e si oppongono alle rime aspre e chiocce infernali. Addentrandoti in questa cantica ti avvicinerai sempre più al grande tema della misericordia, che è forse l’argomento più centrale di tutta la grande letteratura italiana.

Lascio a voi il piacere di conosce un passo alla volta questo mistero così decisivo per lo svolgimento del poema; e, aggiungerei, per le nostre vite.

In paradiso tutto sarà luce.

Le fatiche diventeranno gioie e le domande rumorose evolveranno in silenziose risposte.

Scoprirai che cos’è stato davvero questo cammino: non solamente un viaggio perché l’Amore c’è; ma, anche e soprattutto perché l’Amore ci sia.

Il desiderio e l’attrattiva sono giustamente delle condizioni preliminari affinché ci si possa mettere in viaggio: l’interesse porta ad innamorarsi.

Ma ogni storia diventa una storia d’Amore soltanto alla fine: Perché Dio è alla fine e la scoperta di cosa sia l’Amore, anche nei confronti di Beatrice, è alla fine.

Anche un altro capolavoro, il Piccolo Principe, ha voluto ricordarlo a tutto il mondo: “E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.

Prima, la sua rosa, non era per lui che una rosa uguale a centomila altre rose; Eppure, il tempo che imparerà a sacrificare per lei la renderà speciale.

Il suo viaggio non ha cambiato la rosa, ha cambiato lo sguardo con cui la rosa viene guardata: “l’essenziale è invisibile agli occhi”, e l’essenziale, il Piccolo Principe lo imparerà presto, sta nel suo sguardo.

Così, quando Dante guarda Beatrice, non vede soltanto una donna: quel volto è una storia.

Una storia di salvezza.

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